Psicologa Psicoterapeuta

Ansia e disturbi d'ansia

L’ansia non ci sottrae il dolore di domani, ma ci priva della felicità di oggi.

Leo Buscaglia

Ansia, attacchi di panico, ansia sociale, fobie sono i disturbi più comuni per cui i pazienti si rivolgono alla psicoterapia al giorno d’oggi.

L’ansia, in sé, non è né buona né cattiva: può essere considerata come l’evoluzione della paura che si attiva a fronte di un pericolo reale, necessaria alla sopravvivenza dell’uomo; il tipico esempio di quando si è alla guida dell’auto e si schiva in modo automatico un pericolo sulla carreggiata o quando di fronte ad uno stimolo ambiguo nascosto tra l’erba indietreggiamo istintivamente prima ancora di riconoscere che si tratta del tubo verde dell’acqua.

La manifestazione dell’ansia ci racconta che con l’evoluzione l’uomo ha imparato a rappresentarsi mentalmente ciò che considera minaccioso per se stesso con l’obiettivo di prepararsi ad affrontarlo o ad evitarlo; per questo l’ansia è anche detta “paura senza oggetto”, perchè l’essere umano è in grado di anticipare mentalmente una situazione non ancora presente, il tipico esempio di chi deve sostenere un esame universitario o un colloquio di lavoro importante.

È interessante sapere che vivere realmente e il solo immaginare un pericolo produce nell’organismo le medesime modificazioni fisiologiche, quelle che preparano alla reazione attacco/fuga.
Con l’evoluzione, l’essere umano incontra sempre meno oggetti reali minacciosi per cui dover lottare o fuggire. Oggi, a spaventare le persone sono i “pericoli psicosociali” che riguardano la salvaguardia della propria immagine, la salute propria e dei cari, la povertà, la perdita del lavoro, le relazioni con gli altri.

La tipica reazione attacco-fuga non è più percorribile e le modificazioni fisiologiche che sostengono comunque le preoccupazioni prendono la strada dell’ansia.

E qui cominciano i problemi perchè a seconda dell’intensità, della durata e delle situazioni in cui si innesca, l’ansia può essere considerata fisiologica o cristallizzarsi in un disturbo vero e proprio.

Ansia fisiologica

Quando le persone sanno di dover affrontare di lì a poco situazioni difficili, per esempio, una gravidanza, un colloquio di lavoro, un discorso in pubblico, una performance sportiva vanno incontro ad una serie di modificazioni fisiologiche e cognitive utili e necessarie a raccogliere energie e risorse interiori, ad aumentare lo stato d’allerta, a prevedere i rischi, a immaginare le soluzioni.

Quando è alleata dell’individuo, quando lo aiuta ad affrontare la situazione, estinguendosi in seguito al superamento dell’evento e permettendo all’organismo di riposare e rigenerarsi, allora abbiamo a che fare con un’ansia fisiologica che di per sè ha lo scopo di migliorare l’adattamento dell’individuo all’ ambiente.

Provare questo tipo di ansia non implica necessariamente che in seguito si svilupperà un disturbo d’ansia ammenoché non esistano fattori genetici, epigenetici e stili relazionali che predispongano la persona ad un’ansia di tratto ovvero a percepire qualunque situazione come potenzialmente minacciosa anche in assenza di un reale pericolo.

Ansia patologica e disturbi d’ansia

I disturbi d’ansia generalmente sono solo la punta dell’iceberg di condizioni di sofferenza più complesse. In questi casi, preoccupazioni ingiustificate e sproporzionate rispetto alla condizione contingente, o a situazioni neutre non realmente pericolose, mantengono il sistema d’allarme costantemente attivo.

L’ansia e il suo correlato fisiologico, che in un contesto normale sarebbero utili alla prestazione, ad un certo punto non tornano più al livello di base, impedendo all’organismo di tornare in fase di riposo.

Spesso succede che le persone sviluppino la “paura della paura”, ossia che non sappiano riconoscere e tollerare i sintomi derivanti dalla costante attivazione del sistema d’allarme fino a valutarli come una minaccia ancora più grave della minaccia esterna che ha funzionato da fattore scatenante. 

Le palpitazioni, l’aumento della respirazione, i dolori toracici, i tremori, la sensazione di nausea, che normalmente si attivano di fronte ad un pericolo, vengono interpretati come segnali di un infarto e spaventano a tal punto chi li sperimenta da indurre una reazione di panico e fenomeni di irrealtà.

Si genera così un circolo vizioso: il soggetto è così spaventato da continuare ad alimentare lo stato d’allerta, in ascolto di qualunque segnale corporeo capace di aprire la strada ad un attacco di panico, pronto a rimuginare qualunque forma di controllo sulla minaccia, senza formulare un vero piano d’azione, e ad evitare qualunque occasione o stimolo che possano elicitare ansia.

L’ansia perde, così, la sua funzione adattiva, impedendo di affrontare i pericoli e di scoprire le risorse interiori. Assume le sembianze di un nemico da evitare a tutti i costi.
I disturbi d’ansia possono complicare notevolmente la vita di una persona e renderla incapace di affrontare anche le più comuni situazioni, privandola di gradi di libertà. Si possono manifestare a tutte le età con sintomi diversi.

La psicoterapia dinamica come aiuto per i disturbi d’ansia

L’ansia è un affetto che è stato fondamentale per la nascita della psicoanalisi. 

Freud l’aveva descritta come il risultato di un conflitto psichico tra desideri inconsci, sessuali o aggressivi pretesi dalla parte di noi più primitiva, l’Es, e le possibili minacce di ritorsione della parte più evoluta di noi, il Super Io. 

A mediare il conflitto tra queste due istanze inconsce si interpone l’Io, la parte di noi che vive a contatto con la realtà di tutti i giorni, a sua volta diviso tra il bisogno di adattarsi all’ambiente e la necessità di alimentare le difese psicologiche inconsce affinché certi pensieri o emozioni non arrivino alla coscienza e non generino disagio. 

Ma, per diverse ragioni, non sempre queste difese funzionano, e l’Io ricorre ad attivare ansia come ultima frontiera per contrastare l’emergere del conflitto inconscio. Per questo si dice che l’ansia sia un affetto dell’Io.

Il lavoro dello psicoterapeuta dinamico consiste nell’allearsi con quegli aspetti dell’Io che, anche se sofferente, è ancora in grado di mantenere il contatto con la realtà, purché sia fortemente motivato, capace di tollerare le frustrazioni, e capace di insight e riflessività.

La psicoterapia dinamica aiuta i pazienti a rivalutare il significato dell’ansia nella loro vita, ad aumentare la propria “finestra di tolleranza” nei confronti della sintomatologia così fastidiosa e invalidante rinforzando le risorse interiori necessarie a gestirla e a comprendere e rielaborare il conflitto inconscio che si cela dietro questo disagio.

Consapevolezza emotiva

La capacità di esprimere e provare emozioni fa parte della nostra ragione, nel meglio e nel peggio.

Antonio Damasio

Le difficoltà emotive dei pazienti che incontro in studio emergono soprattutto in relazione ai loro rapporti con gli altri. Si sentono accusati di essere freddi come il ghiaccio, insensibili o eccessivamente teatrali e imprevedibili nella loro espressione emotiva. 

È inevitabile che l’incontro con l’altro spinga ad un confronto con il proprio mondo emotivo proprio perché le emozioni, positive e negative, ognuna con il proprio correlato fisiologico, rappresentano per la psiche umana forse l’unico strumento attraverso cui poter conoscere il significato degli eventi.

Infatti, l’emozione si caratterizza per essere una reazione complessa, intensa ma breve, limitata nel tempo, capace di modificare il nostro stato di coscienza in risposta ad avvenimenti sia esterni che interni.

Si manifesta con un turbamento interno rispetto ad uno stato di equilibrio iniziale, prima siamo tranquilli e tutto a un tratto siamo emozionati. Il corpo è il teatro della manifestazione emotiva, il battito del cuore accelera, la respirazione si fa affannosa, ci sentiamo arrossire, sudare, sentiamo il bisogno di muoverci.

La razionalità si fa più lucida, acuta e capace di elaborare delle azioni o, al contrario, più confusa gettandoci nell’incertezza e nell’immobilità.

A cosa serve provare emozioni?

Nonostante lo sviluppo dell’intelletto, le emozioni non si sono estinte in quanto continuano a svolgere un compito di primaria importanza nell’adattamento dell’individuo al proprio ambiente.

Una concezione della natura umana che ignorasse il potere delle emozioni si dimostrerebbe limitata. Non a caso, quando è il momento di affrontare situazioni importanti e difficili, le emozioni contano almeno quanto il pensiero razionale spesso anche di più perché attivano e sostengono l’azione permettendo di reagire prontamente, senza perdere tempo.

Per esempio, la paura o la tristezza ci avvisano di situazioni interpretabili come minacciose sia dal punto di vista fisico che psicologico attivando l’impulso ad agire o a ritirarsi.

Condividere le emozioni è un modo per comunicare e influenzare gli altri, per soddisfare il bisogno umano di rassicurazione e di vicinanza al gruppo di appartenenza.

L’importanza della consapevolezza emotiva

Espandere la propria consapevolezza emotiva significa insegnare alla mente a osservare e riconoscere i propri stati emotivi interiori, a monitorarli istante per istante, per una migliore comprensione psicologica di se stessi.

Le persone che conoscono bene il proprio mondo emotivo riescono a riprendersi molto più velocemente dalle sconfitte e dai rovesci della vita rispetto a chi, avendo minor confidenza con le proprie emozioni, si trova a dover perennemente combattere contro sentimenti tormentosi.

Gestire le emozioni è sinonimo di una migliore gestione della propria vita. Significa possedere una bussola per orientarsi nelle decisioni importanti, sapersi motivare nel raggiungimento degli obiettivi, saper interagire in modo disinvolto nelle relazioni sociali grazie all’empatia e alla capacità di dominare le emozioni altrui.

La psicoterapia dinamica come aiuto nella gestione delle emozioni

La psicoterapia è uno spazio intriso di emozioni vissute, rinnegate, soffocate, esaltate. Alcuni non le conoscono affatto, o non le sentono o ne provano solo alcune ma non altre e in modo poco intenso. 

Non provano rabbia anche quando sarebbe necessario o non gioiscono quando ottengono un successo.
Spesso si tratta di pazienti che riescono ad avvertire i cambiamenti somatici indotti da una emozione senza avere consapevolezza di ciò che stanno provando in quel momento e che sono ormai esasperati da disturbi psicosomatici come se l’emotività repressa, improvvisamente e senza motivo, tracimasse oltre gli argini, ritorcendosi sul corpo.

Al contrario, altre persone ricorrono a comportamenti anche estremi pur di venirne travolti, forse per riempire un vuoto e per sentirsi vive. Altri vivono stati emotivi così dolorosi e intensi da non riuscire a gestirli in modo appropriato e vorrebbero imparare a controllarli o sbarazzarsene una volta per tutte.

In certi casi, il passaggio da uno stato emotivo di un tipo al suo opposto avviene così rapidamente da non riuscire a tollerarne l’ambivalenza con il ricorso a condotte disadattive e impulsive, come l’abuso di alcool, droghe o farmaci, autolesioni, sesso smodato, abbuffate, nel tentativo di arginarle e modularle per trovare sollievo.

Infine, ci sono pazienti che le razionalizzano o le negano in funzione del mantenimento di una buona immagine con se stessi e con gli altri, sostenuti da una serie di credenze disfunzionali circa la conoscenza e l’accettazione delle emozioni. Spesso credono che esprimerle o il solo provarle sia un segno di fragilità e insicurezza. Temono di essere derisi, giudicati e di poter essere manipolati.

Ognuno affronta le emozioni come può a seconda delle proprie caratteristiche di personalità, dell’ambiente da cui proviene e delle esperienze di vita conosciute.
La capacità di gestire le emozioni ha senza dubbio una base neurale.

La psicoterapia dinamica impiega la straordinaria capacità plastica del cervello per migliorare o accrescere la sensibilità emotiva dei pazienti. Incoraggia un atteggiamento di ascolto costante a partire dal vissuto corporeo con cui si esprimono le emozioni, a viverle in modo fluido come un fiume che attraversa varie fasi, a volte impetuoso, a volte quasi immobile, ad accettarle senza che pesino eccessivamente ma nemmeno sottovalutandole sapendo che ognuna racconta un significato interiore.

Quando si impara a dare la giusta considerazione agli stati emotivi, senza reprimerli, a distinguerli attribuendo loro un nome, difficilmente prenderanno ancora il sopravvento proprio perché trovano un canale per emergere e per esprimersi.

Crisi psicologica

È nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora; senza crisi qualsiasi vento diventa una brezza leggera.

Albert Einstein

Molti dei pazienti che incontro nel mio studio esordiscono con la frase “Sono in crisi” e spesso non riescono a spiegare perchè siano in crisi. Descrivono la sensazione “come di avere del piombo addosso”, di sentirsi in ansia e disorientati, che tutto quello che prima aveva un senso, ora ha perso colore. 

La propria vita, il lavoro, la famiglia, le amicizie, gli interessi personali e, spesso, se stessi. Si sentono paralizzati e incapaci di prendere una qualunque decisione a fronte di questo momento di profondo malessere e turbamento.

Le crisi psicologiche si possono manifestare in qualsiasi momento della vita, possono colpire chiunque, e non godono di buona fama: sono considerate come qualcosa da evitare, da allontanare prima possibile, perchè gettano nell’incognita del futuro e se lo si immagina è necessariamente nella direzione peggiore, piuttosto che nella direzione costruttiva e positiva.

Le cause sono diverse per ciascuno. A volte sono i fatti della vita, un incidente, la perdita di una persona cara, la fine di una relazione importante, o il naturale avvicendarsi dei cicli della vita; altre volte è la natura particolarmente autoriflessiva delle persone a scuotere la coscienza e a scatenare questo crollo nel loro percorso evolutivo.

Il tutto comincia quando l’equilibrio raggiunto in precenza, in un modo di pensare, nella gestione di una relazione, nel rapporto con il lavoro, si incrina e perde la sua stabilità. Niente é più come prima. Le difese psicologiche cedono, i conflitti interiori rimossi irrompono nella coscienza con il loro carico d’angoscia.
La reazione più immediata e istintiva è quella di resistere, di aggrapparsi con forza ai vecchi modelli, ci si convince di poter tornare identici a “prima” di quella crisi.

Allora, si cercano nuove distrazioni, nuove occupazioni, nuovi oggetti a cui dedicarsi. Qualcuno cerca comportamenti fortemente trasgressivi, o autodistruttivi, con abuso di droghe, di alcool, tradimenti coniugali, come tentativi stentati e disperati di soffocare l’inquietudine con la conseguenza di alimentare circoli viziosi utili solo a procrastinare l’incontro con se stessi.

In certi casi, mancare l’incontro con la vita interiore comporta il rischio di un arresto del processo evolutivo della persona che per non affrontare la crisi si irrigidisce in un modo di funzionare non più adattivo ed efficiente nel rapporto con la realtà e con la possibilità di sviluppare depressione o disturbi psicosomatici.
Si evita di aprirsi alla crisi perchè intimamente si sa di dover andare incontro ad una scelta.

Scegliere implica intrinsecamente perdere qualcuno o qualcosa che ha un forte significato per noi stessi. Scegliere richiede una riorganizzazione interna a volte difficile e dolorosa ma offre l’opportunità di conoscere la propria forza interiore di fronte a questa difficoltà.

La psicoterapia dinamica come aiuto nelle crisi psicologiche

La psicoterapia dinamica può aiutare chi vive una crisi psicologica a utilizzare questo momento come un’opportunità di crescita e di rinascita. Accompagna e sostiene nel processo di distinguere, di scegliere e di lasciare andare con maggior consapevolezza di sé, nutrendo la filosofia che la crisi è una cifra della vita che porta con sé la speranza latente di una rinascita.

Elaborazione del lutto

“Ma quando penso a te, mio caro amico, ciò che era perduto è ritrovato, e ogni dolore ha fine.”

William Shakespeare

La fine di un matrimonio, di un’amicizia, la morte di una persona cara, il fallimento di certe aspettative, la lontananza dalla propria patria sono esperienze emotive profondamente simili. Hanno tutte a che fare con l’interruzione di un legame, con il trauma della perdita sia fisica che psicologica di qualcuno, di qualcosa e di parti significative di noi stessi.

L’esperienza della perdita ci mette inevitabilmente di fronte ad un senso di profondo smarrimento, mette in crisi la nostra identità e le nostre certezze, il futuro diventa indefinito. Ci impone di accettare un cambiamento di vita.

Ci chiama, nostro malgrado, ad elaborare il lutto, ovvero ad un lavoro psichico inevitabile, a confronto con il nostro dolore che si alimenta della negazione di quanto accaduto, di angoscia, paura e rabbia, vuoto e perdita di significato, di tristezza, disperazione e di isolamento sociale, di sentimenti di colpa e, infine, di rassegnazione.

Lasciare andare ciò che non c’è più e adattarsi alla nuova situazione è un percorso emotivo che segue i ritmi naturali della psiche, che richiede tempo e fatica a dispetto della velocità con cui viviamo al giorno d’oggi in una società nevrotica che alimenta il mito del supereroe.

Nella maggior parte dei casi il periodo di lutto si risolve positivamente quando la persona accetta la perdita consapevole della sua situazione e comincia a dare una nuova direzione al pensiero, alle emozioni, a desideri di vicinanza. Riparte dalla propria integrità per costruire un nuovo equilibrio e un nuovo percorso di vita guardando avanti.

In alcuni casi può andare diversamente. Per alcuni individui, dei quali occorre ipotizzare una vulnerabilità preesistente, il percorso di elaborazione può mostrare delle complicanze e prendere derive psicopatologiche.

Per queste persone il dolore e la sofferenza sono così intensi da non poter essere affrontati o superati. Nelle forme atipiche di lutto inibito ed evitato, la persona, nel tentativo di arginare l’ondata emotiva drammatica, si difende come può sia a livello psichico, congelando l’accaduto e sopprimendo la reazione emotiva, che fisico, manifestando il dolore inascoltato attraverso sintomi psicosomatici o attraverso condotte autodistruttive come l’abuso di alcol.

A volte, le emozioni represse possono riaffacciarsi alla coscienza anche con maggior potenza in quello che viene definito lutto ritardato quando la persona rivive una situazione simile anche indirettamente. Il lutto cronico è caratterizzato dall’incapacità di separarsi e di riprendere il possesso di se stessi, la vita si blocca nel ricordo del passato e perde slancio verso il futuro anche dopo diversi anni dall’accaduto. È colorato da stati emotivi depressivi e senso di vuoto.

Una personalità di tipo dipendente, perdite in età precoci, problemi di natura economica, una rete sociale povera e le circostanze con cui si manifesta la perdita sono fattori che possono complicare il fluire naturale del lutto.

La psicoterapia dinamica come aiuto nell’elaborazione del lutto

Chiedere una psicoterapia dinamica a fronte di una perdita significativa vuol dire essere pronti ad incontrare e attraversare il dolore provocato dalla perdita. Morbidezza, gentilezza, compassione sono le qualità di un percorso terapeutico che offre il tempo e lo spazio necessari per il viaggio verso il centro del dolore. 

Paradossalmente, seppur faticoso e doloroso, con questo tipo di impegno la persona ritrova la propria integrità, impara a costruire un nuovo significato per la propria esistenza, recuperando il significato profondo di ciò che è stato perduto, rendendolo rilevante per la vita passata, presente e futura.

Sintomi e malattie psicosomatiche

Il corpo è una spia della psiche, ma il suo linguaggio deve essere "riconvertito", tradotto di nuovo nei termini dei conflitti psichici che non siamo stati capaci di affrontare.

Aldo Carotenuto

I “pazienti psicosomatici” che arrivano in studio spesso sono stati consigliati dai familiari o da altri specialisti a richiedere una psicoterapia perchè faticano a riconoscere il collegamento tra psiche e corpo e che il sintomo fisico possa essere espressione di un disagio psichico.

Si tratta di pazienti che hanno sviluppato la tendenza a vivere e comunicare il disagio psicologico in termini di sintomi fisici, spostandolo dalla mente al corpo attraverso un meccanismo inconscio di conversione, e a cercare aiuto medico per essi.

Dai sintomi fisici alla malattia psicosomatica

Sarebbe riduttivo pensare che la causa determinante di un sintomo somatico sia da imputare alla sola conversione nel corpo di emozioni troppo ansiogene e dolorose per essere trasformate in parole o alla difficoltà ad esprimere e comunicare le proprie emozioni, come succede nei pazienti alessitimici.

Secondo la visione biopsicosociale di Engel, pattern costituzionali, fattori epigenetici, un certo stile di risposta immunitaria, regolatori biologici nascosti nelle relazioni interpersonali, dimensioni implicite di personalità costituiscono un terreno predisponente su cui agenti socio-ambientali, traumi infantili, rapporti sociali, stress, regolazione emotiva e stili di vita, interagendo negativamente le une con le altre, concorrono per determinare l’insorgenza del sintomo e della malattia psicosomatica.

I sintomi di somatizzazione possono essere transitori e non richiedere alcun intervento specialistico: si stima che l’80% degli adulti medi accusi uno o più sintomi fisici al mese e che il 75-95% di tali episodi sintomatici vengano gestiti autonomamente senza ricorrere a consultazioni mediche (Porcelli, 2009).

Oppure possono diventare importanti, cronicizzarsi, spingere a consultare molti medici, diventare invalidanti per il normale funzionamento nella vita quotidiana, evidenziati da:

La psicoterapia dinamica come aiuto nei disturbi psicosomatici

Proprio per la tipica caratteristica dei disturbi psicosomatici di porsi tra lo psichico e il somatico, l’intervento medico non può essere condizione sufficiente in quanto non approfondisce le cause a monte del problema.

È sempre più frequente che specialisti medici diversi si affianchino a psichiatri e psicoterapeuti per motivare il paziente al trattamento. La psicoterapia dinamica nel trattamento dei disturbi psicosomatici non pone l’accento sui sintomi fisici in sé ma sul fatto che essi siano un linguaggio che il paziente usa per rappresentarsi una condizione di disagio psichico.

È interessata a conoscere l’interpretazione individuale, ovvero le ipotesi che il soggetto stesso costruisce sulla probabile origine dei sintomi (cause alimentari, infettive, costituzionali, eziologiche, psicologiche), sul nome da attribuire ad essi, sul vocabolario da usare per descrivere la narrativa del proprio malessere.

La psicoterapia dinamica guida il paziente nel riconoscere il contributo dei vissuti e delle risposte individuali alle sensazioni fisiche e ai sintomi somatici. Orienta l’attenzione sulla componente emozionale e relazionale del problema, cercando di capire il conflitto inconscio negato e represso che ha trovato nel corpo l’unico modo per esprimersi.

Stress e lavoro

Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà – per se stessi, non per gli altri – ciò che nessun altro potrà mai conoscere.

Joseph Conrad

Il lavoro, anche quando è quello che abbiamo cercato e che siamo riusciti a trovare, ci mette di fronte ai nostri doveri, a scadenze da rispettare, al rispetto di regole e vincoli, alla convivenza forzata con colleghi che non abbiamo scelto.

Di qualunque lavoro si tratti, esso racconta i nostri valori, chi siamo, la nostra identità professionale, fatta di desideri di realizzazione personale, del bisogno di sicurezza personale e famigliare, di una vita confortevole, di conoscere il proprio posto nel mondo del lavoro, e quella sociale, il contribuire al benessere della società, la dimensione della desiderabilità lavorativa, la forma di appartenenza sociale.

Ma più di tutto, per la maggior parte della giornata, ci mette a confronto con noi stessi, con le nostre ideologie, la nostra etica, motivazioni e aspettative, con la nostra fatica e i nostri limiti e con la gestione della nostra dimensione affettiva ed emotiva.

Tutti i giorni, all’interno delle organizzazioni le persone sono impegnate nella gestione del proprio mondo emotivo, tese a regolare e controllare sentimenti ed emozioni e a manifestarli secondo forme socialmente accettabili.

Stati d’animo ed emozioni, derivanti dall’esperienza presente, influenzano costantemente il comportamento e la resa lavorativa. Diversi studi segnalano effetti di aumento della creatività e dell’interazione sociale o di miglioramento della leadership proprio in presenza di stati d’animo positivi, così come la presenza di orientamenti emozionali negativi in caso di stress cronico e burnout.

Se, inoltre, si considerano i cambiamenti del mondo del lavoro negli ultimi decenni, con i progressi nel settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, gli importanti mutamenti demografici, la nascita dei mercati globali, l’ampliamento della competitività su scala mondiale, la nascita di nuove tipologie contrattuali, non c’è da stupirsi se i lavoratori, esposti a maggiori pressioni emotive, a maggior precarietà del lavoro e scarso equilibrio tra vita privata e vita professionale, manifestano un disagio lavorativo preoccupante che si traduce, nella pratica, in costi per le organizzazioni, per i lavoratori e per la società in generale (Cooper et al. 1996; EU-OSHA, 2004; Bond et al. 2006).

Stress da lavoro e patologia

L’insorgenza di patologie correlate allo stress da lavoro è legata sia alla durata del periodo stressante a cui il lavoratore è sottoposto e sia alle capacità del lavoratore di adattarsi agli eventi tramite risorse e stili di coping adeguati.

Su questo piano ci sono molte differenze individuali che possono dipendere da vari fattori quali il carattere della persona, le condizioni di salute al momento in cui inizia l’evento stressante, la situazione sociale in cui si trova la persona coinvolta (separazione, morte di persone care, nascita di figli, preoccupazioni economiche) e le aspettative riguardo al lavoro.

Quando la situazione che richiede maggiore efficienza è percepita positivamente, se non dura troppo a lungo e non è troppo sproporzionata rispetto alle risorse della persona, generalmente non provoca disturbi né tantomeno patologie.

Le patologie derivanti dallo stress possono essere divise in tre tipi:

1. patologie fisiche

Queste patologie derivano dall’eccessiva attivazione dei sistemi che regolano la risposta allo stress e che normalmente avrebbero la funzione di rendere l’uomo capace di fronteggiare situazioni di pericolo e di superlavoro.

Se restano attivati per troppo a lungo o in maniera eccessiva, il sistema immunitario, endocrino e neurovegetativo possono provocare effetti patologici con conseguenze dirette sui sistemi cardiovascolare (infarto, coronaropatia, ipertensione, trombosi), gastrointestinale (sindrome da colon irritabile, ulcera peptica, reflusso gastroesofageo), cutaneo (vitiligine, psoriasi, alopecia, dermatite), neuroimmunologico (abbassamento delle difese immunitarie verso tumori e infezioni, malattie autoimmuni) e muscoloscheletrico (cefalee, dorsalgie, lombalgie, dolori muscoloscheletrici).

2. patologie psichiche

Solitamente disturbi psicologici, manifestazioni emotive e cambiamenti di comportamento precedono la patologia vera e propria.

Per disturbi psicologici, invece, si intende difficoltà di concentrazione, insoddisfazione lavorativa, pensieri negativi persistenti, ridotte capacità sensoriali e di giudizio, errori frequenti, pensiero farraginoso, insonnia, decisioni affrettate. 

Le manifestazioni emotive comportano perdita di fiducia e di autostima, volubilità emotiva, ansia o insicurezza, depressione o senso di tristezza, rabbia e facile irritabilità, perdita di significato delle cose, ridotta motivazione, sospettosità, senso di alienazione, perdita di entusiasmo. Nel caso dei comportamenti, si osserva irrequietezza, isolamento sociale, comportamenti antisociali, bassa produttività, suscettibilità agli incidenti, incapacità di staccare dal lavoro.

Da qui, il passo è breve per passare a situazioni francamente patologiche che possono comparire improvvisamente.
La diagnosi a seconda della gravità può spaziare dalla “sindrome ansioso-depressiva” ai disturbi dell’adattamento, fino al disturbo acuto da stress e al disturbo post traumatico da stress con vissuti angosciosi, manifestazioni fobiche, comportamenti evitanti e disturbi psicosomatici.

La psicoterapia dinamica come aiuto per ridurre lo stress lavoro correlato

La psicoterapia dinamica si occupa di accogliere il disagio lavorativo del paziente. L’obiettivo è il recupero del benessere psicologico attraverso una presa di coscienza e il rinforzo di tutte quelle risorse, competenze e strategie psicologiche e comportamentali idonee ad aumentare la resilienza della persona nella gestione dei sintomi da stress lavorativo e a ottenere un miglior equilibrio tra il lavoro e la vita privata. Il lavoro con il paziente comprende tecniche di rilassamento.

Hai bisogno di aiuto?

Contattami per fissare un colloquio presso il mio studio a Verona oppure tramite canali digitali

Richiedi una consulenza